sabato 21 aprile 2012
sabato 17 marzo 2012
La nostra piccola web Tv, per il grande mondo degli emigrati
![]() |
| Il logo del programma TV |
Ce la siamo creata da soli, senza aiuti. Senza le promesse e le consuete "tiritere" parola dialettale che più o meno significa, dire sempre le stesse cose. Parlo della nostra web TV che fra pochi giorni, avvia le sue trasmissioni legate al mondo della emigrazione italiana. Si sa, bene, molto bene, che questo tema degli italiani nel mondo interessa a pochi da queste parti; ai politici, figuriamoci, hanno tolto anche Rai Internazionale, immaginarsi un pò. Ma, a me , interessa e come se interessa. E sapete perchè? Perchè io conosco la gente emigrata, la comprendo, ne sò i dolori, le nostalgie, le tristezze, le ansie, i pensieri, le vite, i racconti. Ecco perchè li seguo. Perchè rappresentano quello che in Italia non abbiamo più. Rappresentano il nostro passato, le nostre abitudini, gli usi dei piccoli e grandi paesi della penisola, persa nel vuoto del futuro. Rido e distolgo lo sguardo, quando sento novelli censori o malcreati illuministi o meglio ancora futuristi, sghignazzare quando si parla di questi milioni di uomini e donne andati lontano. Rido, perchè le barriere di costoro che sghignazzano, sono vicine ai loro occhi, il loro mondo è piccolo, molto piccolo, così come la loro mente.
Questa TV dicevo, ce la siamo creati da soli, con il nostro lavoro con il lavoro di Marco , Carmine,Ludovico, miei amici. Gente che è lontana dagli ozi delle piazze.
In settimana partiamo con il nostro programma dedicato ai tanti emigrati lontani, alle loro storie, ai loro luoghi, ai loro racconti, ma a questa gente lonatana paraleremo, anche dei loro luoghi di provenienza o meglio, di ciò che resta di un mondo che era loro, e che ora è disperso. Si chiamerà, appunto, Sulla prua del Vapore, ( visibile sulla web TV del sito www.sullapruadelvapore.it) perchè è su questa nave immaginaria che il nostro viaggio si avvia, insieme a questi amici lontani. Che hanno tanto da insegnare e raccontare ai sapientoni dei nostri paesi, ed a molti politici.
| Reazioni: |
mercoledì 14 marzo 2012
Il mio tango a Boedo, vecchio "barrio" di Buenos Aires
![]() |
| L'angolo Boedo e San Juan |
Quando il tempo me lo consente, mi piace ricorrere in lungo e in largo Buenos Aires. Ci vivo da sette anni, e tuttavia non la conosco tutta. Ed allora con un libro sottobraccio ,salgo su di un vecchio colectivo, come da queste parti chiamano gli autobus cittadini, e mi avvio verso Boedo, barrio (quartiere) del vecchio tango della città. Ho deciso di andare ancora una volta a Boedo, perchè in quel luogo sento inequivocabilmente il profumo di una storia antica legata al tango, che mi piace molto, anche se non sò neanche fare el paso doble. L'Avenida Boedo, è lì, a qualche decina di metri dall'Avenida 25 de Mayo, che è grossa arteria della capitale federale. Il chofer del colectivo, mi lascia scendere. Faccio quattro passi ed arrivo. Sapete cosa c'è di magico da queste parti, se si ama il tango? C'è un incrocio fra due strade che ha fatto parte della storia di alcuni testi di vecchi tango,è quella che chiamano la esquina San Juan y Boedo. Un mito, una storia lunga e raccontata in ogni luogo d'Argentina.Un luogo storico, tradizionale di Buenos Aires.
Lì, proprio all'angolo, c'è un antico caffè. Venne costruito nel lontano 1927, quando la città ribolliva di musicos y autores de letras de tango. Un simbolo della cultura cittadina, specie nella decade degli anni quaranta. In questo caffè, o bar, che dir si voglia, sono passati innumerevoli autori di tango. Specialmente uno, che poi ne ha fatto la storia e ne ha lasciato il segno: Homero Manzi. Oggi è conosciuta come la "esquina Homero Manzi " .
Un luogo d'incontro far uomini che facevano cultura. Un luogo, che affascina, perchè si avverte , guardando le pareti, di quanta storia cittadina "tanguera" è passata da questi tavoli di legno.
Lì, proprio all'angolo, c'è un antico caffè. Venne costruito nel lontano 1927, quando la città ribolliva di musicos y autores de letras de tango. Un simbolo della cultura cittadina, specie nella decade degli anni quaranta. In questo caffè, o bar, che dir si voglia, sono passati innumerevoli autori di tango. Specialmente uno, che poi ne ha fatto la storia e ne ha lasciato il segno: Homero Manzi. Oggi è conosciuta come la "esquina Homero Manzi " .
Un luogo d'incontro far uomini che facevano cultura. Un luogo, che affascina, perchè si avverte , guardando le pareti, di quanta storia cittadina "tanguera" è passata da questi tavoli di legno.
Quel giorno, incontro don Peppe, vecchio artigiano, calzolaio italiano, arrivato sin qui sul finire degli anni '40. Lo conosco casualmente. Seduti ad un tavolo che dà sull'avenida, ogni tanto diamo uno sguardo a queste pareti impregnate di profumo antico. Foto e copie di spartiti, sono le testimonianze visibili, di ciò che fu nel tempo questo vecchio caffè porteño.Peppe è siciliano. Mani callose, una "coppola" che deposita su di una sedia. Parla, racconta, la sua storia, i suoi sogni, la sua anima. La sua nostalgia.Gli ottanta e passa anni ,che porta sulle spalle ormai ricurve , mi provocano grande tenerezza.
Viene spesso qui a San Juan y Boedo, perchè ama il tango, che imperava a Buenos Aires quando lui giovane, arrivò sulle sponde del Plata.
"E' un barrio proletario questo - mi racconta - che pian piano si è formato quando i musici di tango si affacciarono da queste parti, e apparve anche la letteratura.Oggi non è più come una volta, ma mi piace passare qualche momento da queste parti ".
Beviamo un caffè, divoriamo due brioche, e parliamo di lui, della sua vita di emigrato, del tango e di questa esquina che oggi fa parte della sua vita.
Passa il tempo, passano tre ore, lì seduti. Don Peppino deve andare,torna nel suo barrio, però contento, di aver incontrato " un italiano d'Italia". Caro, don Peppino.
Il cameriere che ci ha servito con squisita professionalità, esemplare educazione, sorride.
"Sono italiano anche io " mi sussurra.Mi avvicino all'uscio, la musica di sottofondo nel caffè, lascia ascoltare le note di un tango di Manzi:Viejo ciego. Vecchio cieco. Bello, famoso, melodioso. Triste come ogni tango.E’ la storia di un vecchio che cieco ,vive accompagnato dal suo cane, suonando un violino per le strade del quartiere.
Esco, le note restano dentro con tutta la passione e la tristezza di quel vecchio tango. La porta alle mie spalle si richiude.
Vecchia esquina, nostalgia di un tempo antico.
Vecchia esquina, nostalgia di un tempo antico.
| Reazioni: |
venerdì 2 marzo 2012
2 Marzo 2012 IL VENERDI' LETTERARIO Quei figli di gente emigrata.
Tempo fa , vidi una povera donna anziana, madre di molti figli, arrancare per la strada , lenta e dolorante per gli acciacchi della vecchiaia. Con lei una figlia, che insofferente le diceva:" Ma dai, cammina, sbrigati."
Pensai, ad un famoso adagio antico: Una madre per cento figli, ma cento figli non per una madre.
La donna giovane, mi guardò: "Non si sbrigano mai a camminare, non ce la faccio più!"
Riflettei. Ma quante volte, ha cambiato i tuoi panni, quando eri piccola e incosciente,quante volte si è svegliata di notte perchè avevi fame, quante volte ti ha dato da mangiare, quante volte ha atteso il tuo ritorno da scuola, pensierosa del tuo avvenire? Si sarà mai lamentata? Non credo. Le ricordai che sotto l'albero più grande- dicevano gli antichi- si trova il riparo migliore. L'albero grande era la madre. Mi passa molte volte invece di incotrare in Argentina, in ogni luogo in cui vado, si imbattermi in giovani ragazzi o ragazze che guardano ai propri genitori emigrati, ora vecchi e stanchi, ma dignitosi nel loro sorridere, con affetto, con nel cuore un pizzico di rammarico, nel pensare che hanno dovuto lasciare la propria terra. I figli delgi emigrati, non tutti, ovviamente, ma nella stragrande maggioranza, nella vecchiaia dei propri genitori, guardano con amore alla loro vita quotidiana.E' come dire che conservano di più , l'affetto per le loro sofferenze patite nel distacco e dall'Italia e nella vita successiva di ogni giorno, Nel ricordo.
Tornado a quella giovane donna accanto a sua madre ricordo di averle raccontato un fatto accaduto molti anni addietro. Per giorni, un anziano vecchietto sostenuto dal suo bastone, andava con passo lento e claudicante per la strada, e sempre allo stesso punto incontrava un manipolo di ragazzetti che burloni lo schernivano. Venne un pomeriggio che uno di loro, il più audace, disse: "Nonno, che brutta bestia la vecchiaia, vero?"
L'anziano signore, si ricordò dei tanti sberleffi ricevuti, rispose:
"Eh si mio caro giovane, è una brutta bestia. Beato te che magari non ci arrivi". Detta così, magari è forte, però significativa, di un rispetto che non c'è più.Forse.
Pensai, ad un famoso adagio antico: Una madre per cento figli, ma cento figli non per una madre.
La donna giovane, mi guardò: "Non si sbrigano mai a camminare, non ce la faccio più!"
Riflettei. Ma quante volte, ha cambiato i tuoi panni, quando eri piccola e incosciente,quante volte si è svegliata di notte perchè avevi fame, quante volte ti ha dato da mangiare, quante volte ha atteso il tuo ritorno da scuola, pensierosa del tuo avvenire? Si sarà mai lamentata? Non credo. Le ricordai che sotto l'albero più grande- dicevano gli antichi- si trova il riparo migliore. L'albero grande era la madre. Mi passa molte volte invece di incotrare in Argentina, in ogni luogo in cui vado, si imbattermi in giovani ragazzi o ragazze che guardano ai propri genitori emigrati, ora vecchi e stanchi, ma dignitosi nel loro sorridere, con affetto, con nel cuore un pizzico di rammarico, nel pensare che hanno dovuto lasciare la propria terra. I figli delgi emigrati, non tutti, ovviamente, ma nella stragrande maggioranza, nella vecchiaia dei propri genitori, guardano con amore alla loro vita quotidiana.E' come dire che conservano di più , l'affetto per le loro sofferenze patite nel distacco e dall'Italia e nella vita successiva di ogni giorno, Nel ricordo.
Tornado a quella giovane donna accanto a sua madre ricordo di averle raccontato un fatto accaduto molti anni addietro. Per giorni, un anziano vecchietto sostenuto dal suo bastone, andava con passo lento e claudicante per la strada, e sempre allo stesso punto incontrava un manipolo di ragazzetti che burloni lo schernivano. Venne un pomeriggio che uno di loro, il più audace, disse: "Nonno, che brutta bestia la vecchiaia, vero?"
L'anziano signore, si ricordò dei tanti sberleffi ricevuti, rispose:
"Eh si mio caro giovane, è una brutta bestia. Beato te che magari non ci arrivi". Detta così, magari è forte, però significativa, di un rispetto che non c'è più.Forse.
| Reazioni: |
sabato 25 febbraio 2012
I politici italiani ed i monaci di Cluny.
Tanto tempo fa,a Cluny in Borgogna, se non erro nella Francia orientale, c'era una grande Abbazia, che poi l'incuria umana distrusse nel tempo, privandoci di una splendida e maestosa dimora monastica e di una biblioteca fra le più importanti d'Europa. Bene, a quel tempo i monaci cluniacensi ebbero la felice idea di darsi delle regole proprie, o per lo meno ammorbidirle. Ovvio, che avessero avuto al tempo questo privilegio, di dotarsi di regole più morbide, rispetto alle regole di Benedetto da Norcia, ritenute, troppo rigide, evidentemente. Ed allora il famoso "ora et labora" benedettino divenne "ora et basta".
Loro, i monaci, dopo la sveglia, data dal suono della campana nelle primissime ore del mattino verso le due, si riunivano in una delle chiese dell'Abbazia e sino alle cinque del pomeriggio, intonavano circa un centinaio, o forse più salmi, lasciando alla servitù ed ai contadini i lavori manuali e della terra. Insomma i contadini, dovevavo anche provvedere, non solo al proprio sostentamento , ma anche a quello dei monaci, che intanto cantavano. Ma le terre erano dei monaci, ed allora: o lavori caro contadino, o non mangi.Il tutto accadeva dal '900 a seguire.
Trasposizione nel futuro. Arriviamo al giorno d'oggi.
Un pò, direi, quello che passa nella politica italiana da un pò di tempo a questa parte. Loro, i politici, senza abiti monastici; si riuniscono per ore ed ore, a parlare a discutere e quindi decidere, e imporre. Democraticamente. Al popolo, il compito di lavorare e produrre. Di inventarsi il lavoro, quando non esiste.Loro, i politici, non si svegliano mai alle due, come i vecchi monaci;a quell'ora, caso mai vanno a coricarsi, dopo aver discusso per ore, per offrire saggezza ed opportunità per la nazione. E regole. E sacrifici. Costantemente.
Come dire, il sacrificio del povero per il benessere del ricco.Per loro, i politici, val bene una deformazione del detto benedettino "ora" che tutto vada bene, e poi aggiungo il "basta" clunaciense.
Come dire, il sacrificio del povero per il benessere del ricco.Per loro, i politici, val bene una deformazione del detto benedettino "ora" che tutto vada bene, e poi aggiungo il "basta" clunaciense.
Insomma non sempre l'abito fa il monaco, ma lo rende pur sempre un uomo di chiesa. E, forse, qui sta l'equivoco.
| Reazioni: |
venerdì 24 febbraio 2012
IL VENERDI' LETTERARIO I barrenderos italiani a Buenos Aires negli anni '30
| Il barrendero di un tempo |
Erano barrenderos de la calle, i comuni spazzini delle strade della Buenos Aires dei primi decenni del secolo scorso.Erano vestiti di una uniforme grigioverde,a loro avevano dato un soprannome "los musolinos"dal brigante calabrese Musolino. Chissà perchè poi.Non erano solo italiani, ma potevano provenire da qualsiasi zona del Mediterraneo europeo. Ne descrive sapientemente la figura, uno scrittore argentino di quel tempo Bernardo Gonzalez Arrili, nel suo libro Buenos Aires 1900. Un libro del 1951, scovato in una di quelle piccole o grandi librerie dell' Avenida de Mayo, nella capitale argentina, dove tutto profuma ancora di un tempo remoto. Pochi pesos ed ecco uno spaccato di curiosità ed aneddoti sulle figure di quel tempo, conosciute nelle strade porteñe. I porteños sono gli abitanti di Buenos Aires, così chiamati, come abitanti della città del porto.
I barrenderos, dunque, secondo la descrizione che ne fa Gonzalez Arrili, andavano per le strade della città muniti degli attrezzi del mestiere,con il cappello con una targhetta metallica numerata, che dava loro un certo tono.Dopo qualche tempo, lasciarono di trasportare il secchio in spalla, e ottennero il carrettino con le due ruote. Già cominciavano a diventare "dueños de las calles" padroni delle strade e dei marciapiedi.Nemico di questi "musolinos" era colui che chiamavano "el loco Romano". Un signore maturo, che andava per le strade di tutt'appunto vestito, un cappello ad ampie falde, un lungo e largo impermeabile, un bastone, un bel paio di baffi ritorti ai lati. Un sigaro in bocca. Il fiore nel taschino. Al dito, un anello con pietre colorate. Fumando e camminando all'ora del tramonto sulle vie Paranà o Montevideo, passava davanti a qualche trattoria dove bottiglie di Chianti riposte sui tavoli facevano dimenticare, la nostalgia per la patria lontana. Mangiucchiando in successione lupini. Se incontrava qualche donna per strada ne tesseva elogi, a non finire, manifestando la sua presunta erudizione con detti e riferimenti ai tempi antichi, sino ad arrivare alla antica Roma o alla vecchia Atene. Insomma, un galantuomo,sino a quel punto. L'umore, decisamente cambiava , allorchè incontrava per strada i barrenderos. E allora l'ira e lo sdegno venivano fuori imporvvisamente. Come mai miei patrioti , si ribassano a far un mestiere così umile?Giammai sia, tutto ciò. Quando ne incontrava qualcuno chiedeva da dove provenissero, e se sentiva che venivano dalla sua terra, l'arrabbiatura era totale..Si stirava furiosamente i grandi baffoni e sosteneva ad alta voce: Desvergognati,Voialtri deshonorate a la nostra Italia chercando bota por la acera! Puff!....
I poveri netturbini, ovvero barrenderos, non capivan questa ira furiosa, e cercavano di guardare da un altro lato, dove magari come scrive Gonzalez Arrili, incontravano lo sguardo di qualcuno che gli faceva segno che insomma Romano "es loco".
I Musolinos, capivano: E' pazzo!. Dicevano. La scena finiva, e loro proseguivano, a spazzar le strade.
| Reazioni: |
venerdì 17 febbraio 2012
IL VENERDI' LETTERARIO. Quando gli emigrati parlavano il "Cocoliche"
![]() |
| I "conventillos" di Buenos Aires |
Insomma, lui cercava con questo linguaggio di farsi immediatamente comprendere sul lavoro e nella vita quotidiana, in un almacen (negozio di generi alimentari) o ai mercati cittadini,nei cafè o nelle calles ( le vie) della città.Bisogna, ovviamente, comprendere che proveniva da una realtà misera, e spesso era quasi analfabeta; però aveva dignità, umiltà, spirito di sacrificio e voglia di lavorare. Fu anche trasportato nel teatro comico argentino, ed ebbe appunto successo, rappresentato com'era,nella sua immagine, nella descrizione che ho fatto prima.
In un momento teatrale , un attore argentino dell'epoca, credo siano i primi anni del '900, di nome Petray, che sembra avesse grande facilità a interpretare nella imitazione, gli emigrati italiani "acriollados" ,cioè resisi criollos, ovvero del luogo, raccontava: " Adiós amigo Cocoliche, de donde sale tan empilchao (bien vestido)? La risposta fu : Vengue dede la Petagoña co este parejiere macanuto, amique!
Certo che un qualcosa il nostro Cocolicchio lo lasciò;tuttora, nel lunfardo, diciamo così, il dialetto di Buenos Aires, diverse parole sono rimaste identiche e quindi invece di dire: vamos a trabajar ( andiamo a lavorare ) si dice vamos a laburar. Oppure gambetear (schivare) o yeta, nel senso di gettare; questo è solo un esempio, questo , ovviamente.L'integrazione,anche letteraria, avvenne nel tempo,magari i suoi figli e quelli di altri emigrati della sua generazione, mentre prima sorridevano e scherzosamente sbeffeggiavano i loro genitori, poi dovettero adeguarsi a usare termini di quel linguaggio che tale Cocolicchio, a volte deriso e ironicamente preso in giro, aveva involontariamente coniato. Ed allora anche lì, smisero di ridere di quella grande camicia a quadroni colorati, perchè deriderlo, significava deridere se stessi, visto che in certi termini, usavano lo stesso linguaggio. Cocolicchio, insomma, vive ancora nelle strade di Buenos Aires.
| Reazioni: |
Iscriviti a:
Post (Atom)



