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I "conventillos" di Buenos Aires |
Insomma, lui cercava con questo linguaggio di farsi immediatamente comprendere sul lavoro e nella vita quotidiana, in un almacen (negozio di generi alimentari) o ai mercati cittadini,nei cafè o nelle calles ( le vie) della città.Bisogna, ovviamente, comprendere che proveniva da una realtà misera, e spesso era quasi analfabeta; però aveva dignità, umiltà, spirito di sacrificio e voglia di lavorare. Fu anche trasportato nel teatro comico argentino, ed ebbe appunto successo, rappresentato com'era,nella sua immagine, nella descrizione che ho fatto prima.
In un momento teatrale , un attore argentino dell'epoca, credo siano i primi anni del '900, di nome Petray, che sembra avesse grande facilità a interpretare nella imitazione, gli emigrati italiani "acriollados" ,cioè resisi criollos, ovvero del luogo, raccontava: " Adiós amigo Cocoliche, de donde sale tan empilchao (bien vestido)? La risposta fu : Vengue dede la Petagoña co este parejiere macanuto, amique!
Certo che un qualcosa il nostro Cocolicchio lo lasciò;tuttora, nel lunfardo, diciamo così, il dialetto di Buenos Aires, diverse parole sono rimaste identiche e quindi invece di dire: vamos a trabajar ( andiamo a lavorare ) si dice vamos a laburar. Oppure gambetear (schivare) o yeta, nel senso di gettare; questo è solo un esempio, questo , ovviamente.L'integrazione,anche letteraria, avvenne nel tempo,magari i suoi figli e quelli di altri emigrati della sua generazione, mentre prima sorridevano e scherzosamente sbeffeggiavano i loro genitori, poi dovettero adeguarsi a usare termini di quel linguaggio che tale Cocolicchio, a volte deriso e ironicamente preso in giro, aveva involontariamente coniato. Ed allora anche lì, smisero di ridere di quella grande camicia a quadroni colorati, perchè deriderlo, significava deridere se stessi, visto che in certi termini, usavano lo stesso linguaggio. Cocolicchio, insomma, vive ancora nelle strade di Buenos Aires.
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