Visto, o meglio,vissuto da qui, ha un altro sapore. Bè, pare proprio di si. Milano, in questi giorni, attende il suo derby, quello della "Madunina" che si erge maestosa e luminosa , nel restauro del Duomo. E' una Milano, silenziosa, una Milano, invasa da una moltitudine di razze, che lascia apparire un italiano come me, quasi straniero in terra sua. Non ci sono più biglietti, terminati tutti nella mattinata di oggi, 11 gennaio.In banca, quella preposta alla vendita, annunciano che restano solo dei biglietti, del primo anello rosso 155 euro. Li compreranno allo stadio, quelli che si decidono all'ultimo momento e che possono aprire il portafoglio. Il Meazza sarà al completo, dunque, per un derby che si annuncia fuori dal pronostico, ancor di più oggi. la piazza del Duomo, festosa come sempre, comincia ad imbandierarsi e gli africani, non certo ultimi arrivati da queste parti, mostrano sciarpe e bandiere, rigorosamente rossonerazzurre. E' la settimana del derby, la più lunga settimana sportiva qui nella città meneghina. A palazzo Reale, un paio di giorni fa, vado ad assistere ad una conferenza sulla presentazione di un libro sulla storia europea di Inter e Milan, c'era il sindaco Pisapia che non ha nascosto la sua fede nerazzurra, c'erano Cambiasso e Zambrotta. Molto fairplay, ma tensione già che si nota a distanza. Il derby è derby. Nel tram del mattino , i sussulti dei tifosi più accesi: ve ne diamo tre, ne prenderete quattro. Insomma vincono tutti. A parole. E questo derby ha un sapore ancora più forte, perchè si svolge anche nell'ambito del calciomercato Tevez all'Inter o al Milan. Che scherzi fa il destino, accende gli animi ancora di più nella settimana che vale un anno dello sport o meglio del calcio di Milano.Venerdì ,vado in sede nerazzurra a due passi dal Duomo,in fondo la mia anima è nerazzurra.E' la settimana del derby e tutto fa brodo.
mercoledì 11 gennaio 2012
domenica 1 gennaio 2012
DAL MIO LIBRO "TANTE NAVI TANTE STORIE" RACCONTI DI EMIGRATI IN ARGENTINA
Stavamo procedendo vero quella zona turistica, conosciuta come le famose “sierras cordobesas”.Le montagne cordobesi.Essendo l’ora tarda, decidemmo di fare una sosta per mangiare qualcosa, mancava tempo, prima che arrivassimo a destinazione. Così Antonio, disse: -ci fermiamo qui, a questo ristorante, è il primo che troviamo nel cammino.- Stiamo percorrendo la strada 55, che sale sulle montagne.
Più o meno, avevamo percorso una ventina di chilometri dall’aeroporto di Cordoba, quando giungemmo a La Calera, una cittadina di circa trentamila abitanti che, insieme ad altre, forma quella che viene chiamata la gran Cordoba.Era considerata come una delle prime cittadine nelle quali la borghesia cordobese, andava a trascorrere le vacanze d’estate.
“Parrilla e Restaurante”Forgione. Il nome di questo ristorante, è per noi familiare.
La parrilla in Argentina è comunemente la griglia, e indica un luogo dove si mangia carne appunto arrostita alla griglia, cotta lentamente. Secondo antiche tradizioni che si tramandano da padre in figlio.
Gestione familiare, diretta dai suoi proprietari.Parcheggiamo l’auto, non lontano dall’ingresso ed entriamo.
Ci viene incontro un signore sui trentacinque anni, con fare gentile ci lascia scegliere il posto dove accomodarci.Qualche cliente, qualche camionista di passaggio. A prima vista diciamo che è uno di quei ristoranti, dove sostano i nostri camionisti, e dove di solito si mangia bene.
-Carne?- mi chiede Antonio, che poi si rivolge ad Angelo.
-Va bene – gli indichiamo – che sia “asado” anche per oggi-
-E mi raccomando una buona insalata verde- dico al cameriere- il professor Ciampi a tavola è molto esigente e pignolo .-
Come sempre accade ,quando mangiamo in un ristorante, alla fine mi esprime il suo giudizio, quasi fosse un critico gastronomico.
E quasi mai, dice che il pranzo è perfetto. Anzi, direi mai! Un difetto lo trova sempre.
-Antò!- sussurro al nostro amico che ci accompagna- guarda un poco, quante fotografie di Padre Pio ci sono alle pareti di questo ristorante. Ho la strana sensazione, che siano meridionali i proprietari -
Il cameriere ci serve la carne, quel giorno, decidemmo per un “bife de chorizo”un pezzo dei più prelibati della carne argentina.E’ una costoletta di carne spessa da 3 a 5 cm, e non è semplice cucinarla, proprio per la sua caratteristica di essere così spessa.Di buono ha anche , che non ha grasso nella sua parte interna e normalmente, la si usa accompagnare anche con un uovo fritto messo sopra o con una insalata , al di là delle classiche “papas fritas”.
-Per essere buono – dice Antonio – deve essere non secca nella parte interna dopo la cottura. Insomma, oggi mangiamo una buona parrillada .-
Quando si mangia al ristorante fra amici è uso dire proprio “parrillada”, mentre se si mangia in casa , più comunemente si dice “asado”.Mangiammo a sazietà questa buonissima carne , morbida e sugosa. E per dirla alla maniera dei gauchos, “ para chuparse los dedos”, per succhiarsi le dita, visto che un tempo nella pampa, i gauchos, mangiavano con le mani, i pezzi di carne cotti al fuoco.
Terminammo il pranzo, dopo circa un’ora. Sul punto di andar via, chiesi al cameriere:
-Il ristorante è italiano! Perché c’è anche la bandiera italiana sull’insegna e il cognome è inequivocabile. Perché si chiama Forgione? E’ il cognome dei proprietari?-
-Le chiamo mia madre- disse il cameriere, quasi ansioso perché conoscessimo questa signora.
Ci raggiunse presto. Si presentò, ci presentammo.
La domanda che avevo rivolto al cameriere, senza avere risposta, la rivolsi anche a sua madre.
-Perché queste foto di Padre Pio? -dissi rivolgendomi alla signora che sembrava già sicura che fosse questa la mia curiosità.
Più o meno, avevamo percorso una ventina di chilometri dall’aeroporto di Cordoba, quando giungemmo a La Calera, una cittadina di circa trentamila abitanti che, insieme ad altre, forma quella che viene chiamata la gran Cordoba.Era considerata come una delle prime cittadine nelle quali la borghesia cordobese, andava a trascorrere le vacanze d’estate.
“Parrilla e Restaurante”Forgione. Il nome di questo ristorante, è per noi familiare.
La parrilla in Argentina è comunemente la griglia, e indica un luogo dove si mangia carne appunto arrostita alla griglia, cotta lentamente. Secondo antiche tradizioni che si tramandano da padre in figlio.
Gestione familiare, diretta dai suoi proprietari.Parcheggiamo l’auto, non lontano dall’ingresso ed entriamo.
Ci viene incontro un signore sui trentacinque anni, con fare gentile ci lascia scegliere il posto dove accomodarci.Qualche cliente, qualche camionista di passaggio. A prima vista diciamo che è uno di quei ristoranti, dove sostano i nostri camionisti, e dove di solito si mangia bene.
-Carne?- mi chiede Antonio, che poi si rivolge ad Angelo.
-Va bene – gli indichiamo – che sia “asado” anche per oggi-
-E mi raccomando una buona insalata verde- dico al cameriere- il professor Ciampi a tavola è molto esigente e pignolo .-
Come sempre accade ,quando mangiamo in un ristorante, alla fine mi esprime il suo giudizio, quasi fosse un critico gastronomico.
E quasi mai, dice che il pranzo è perfetto. Anzi, direi mai! Un difetto lo trova sempre.
-Antò!- sussurro al nostro amico che ci accompagna- guarda un poco, quante fotografie di Padre Pio ci sono alle pareti di questo ristorante. Ho la strana sensazione, che siano meridionali i proprietari -
Il cameriere ci serve la carne, quel giorno, decidemmo per un “bife de chorizo”un pezzo dei più prelibati della carne argentina.E’ una costoletta di carne spessa da 3 a 5 cm, e non è semplice cucinarla, proprio per la sua caratteristica di essere così spessa.Di buono ha anche , che non ha grasso nella sua parte interna e normalmente, la si usa accompagnare anche con un uovo fritto messo sopra o con una insalata , al di là delle classiche “papas fritas”.
-Per essere buono – dice Antonio – deve essere non secca nella parte interna dopo la cottura. Insomma, oggi mangiamo una buona parrillada .-
Quando si mangia al ristorante fra amici è uso dire proprio “parrillada”, mentre se si mangia in casa , più comunemente si dice “asado”.Mangiammo a sazietà questa buonissima carne , morbida e sugosa. E per dirla alla maniera dei gauchos, “ para chuparse los dedos”, per succhiarsi le dita, visto che un tempo nella pampa, i gauchos, mangiavano con le mani, i pezzi di carne cotti al fuoco.
Terminammo il pranzo, dopo circa un’ora. Sul punto di andar via, chiesi al cameriere:
-Il ristorante è italiano! Perché c’è anche la bandiera italiana sull’insegna e il cognome è inequivocabile. Perché si chiama Forgione? E’ il cognome dei proprietari?-
-Le chiamo mia madre- disse il cameriere, quasi ansioso perché conoscessimo questa signora.
Ci raggiunse presto. Si presentò, ci presentammo.
La domanda che avevo rivolto al cameriere, senza avere risposta, la rivolsi anche a sua madre.
-Perché queste foto di Padre Pio? -dissi rivolgendomi alla signora che sembrava già sicura che fosse questa la mia curiosità.
-Noi -mi dice- siamo lontani parenti dei Forgione-
E già, il cognome di Padre Pio era proprio Forgione.
-Vi racconto una storia – disse la signora che a quel punto ci fece di nuovo sedere a tavola.
-Tanti anni fa, andai in Italia per la prima volta, volevo vedere i luoghi dei miei avi, ne avevo immenso desiderio. Il viaggio e la vacanza furono bellissimi, ma restai quasi senza soldi. All’aeroporto di Roma, al ritorno, mi resi conto che le due valige che avevo erano pesanti, piene anche di alcuni regali che avevo comprato per i miei parenti, i miei figli. La impiegata del check –in, mi disse che non potevo portare valige così pesanti e che dovevo lasciare qualcosa, non era consentito portare più peso di quanto previsto. Le dissi che avevo comprato dei regali per i miei parenti, non potevo lasciare nulla. Lei rispose, che se volevo portare quelle valige così pesanti avrei dovuto pagare una somma, che per me era ingente in , lire italiane, e che comunque io non avevo. L' impiegata fu inflessibile. Dovevo pagare o svuotare le valige per giungere al peso consentito.Ero davvero triste.
E già, il cognome di Padre Pio era proprio Forgione.
-Vi racconto una storia – disse la signora che a quel punto ci fece di nuovo sedere a tavola.
-Tanti anni fa, andai in Italia per la prima volta, volevo vedere i luoghi dei miei avi, ne avevo immenso desiderio. Il viaggio e la vacanza furono bellissimi, ma restai quasi senza soldi. All’aeroporto di Roma, al ritorno, mi resi conto che le due valige che avevo erano pesanti, piene anche di alcuni regali che avevo comprato per i miei parenti, i miei figli. La impiegata del check –in, mi disse che non potevo portare valige così pesanti e che dovevo lasciare qualcosa, non era consentito portare più peso di quanto previsto. Le dissi che avevo comprato dei regali per i miei parenti, non potevo lasciare nulla. Lei rispose, che se volevo portare quelle valige così pesanti avrei dovuto pagare una somma, che per me era ingente in , lire italiane, e che comunque io non avevo. L' impiegata fu inflessibile. Dovevo pagare o svuotare le valige per giungere al peso consentito.Ero davvero triste.
Pensavo a quanto avevo risparmiato per comprare quei regali che rappresentavano l’Italia, che avrei portato qui in Argentina ai miei parenti ed amici. Pregustavo questo momento, ma mi sembrava che stava svanendo il desiderio.Le chiesi molte volte di lasciar passare le valige così com’erano.Niente. Tutto vano. Le mie parole non riuscirono smuoverla.Ripresi le valigie, e mi sedetti in un angolo piangendo, non sapevo che fare.
Pensavo e ripensavo a come fare, ma la soluzione era solo quella di pagare la cifra richiesta, e che io non avevo. Quindi dovevo anche far presto a svuotare le valigie e partire.Mentre ero immersa in questi pensieri, e mi asciugavo quelle lacrime.Un signore mi disse, non si preoccupi per le valige, le prendiamo noi.
Mi alzai, e mi rivolsi alla signora del check-in.Mentre mi stava convalidando il biglietto, mi girai e vidi quasi in maniera chiara un vecchio signore che trasportava le mie due valige, su di un carrello.
Pensavo e ripensavo a come fare, ma la soluzione era solo quella di pagare la cifra richiesta, e che io non avevo. Quindi dovevo anche far presto a svuotare le valigie e partire.Mentre ero immersa in questi pensieri, e mi asciugavo quelle lacrime.Un signore mi disse, non si preoccupi per le valige, le prendiamo noi.
Mi alzai, e mi rivolsi alla signora del check-in.Mentre mi stava convalidando il biglietto, mi girai e vidi quasi in maniera chiara un vecchio signore che trasportava le mie due valige, su di un carrello.
Aveva una barba lunga e bianca.
Lo persi di vista. Feci il biglietto e mi avviai all’imbarco.Non sapevo che fine avessero fatto le mie valige. Non capivo cosa accadde.Il lungo viaggio per Buenos Aires, mi offrì l’occasione di pensare a quella situazione che mi era passata in aeroporto. E le mie valigie dov’erano? Erano state realmente imbarcate o le avevo perse?Le ritrovai a Buenos Aires intatte. Pesanti così come le avevo preparate, nulla era stato toccato.Non capii. O forse si, ci pensai un poco. Ebbi la risposta.Quel vecchio signore con la barba bianca e lunga. Che non conoscevo.Quel vecchio signore, che aveva il mio cognome: Forgione.-
Così parlò la signora. Francesco Forgione.:Padre Pio. Anzi, San Pio.
Lo persi di vista. Feci il biglietto e mi avviai all’imbarco.Non sapevo che fine avessero fatto le mie valige. Non capivo cosa accadde.Il lungo viaggio per Buenos Aires, mi offrì l’occasione di pensare a quella situazione che mi era passata in aeroporto. E le mie valigie dov’erano? Erano state realmente imbarcate o le avevo perse?Le ritrovai a Buenos Aires intatte. Pesanti così come le avevo preparate, nulla era stato toccato.Non capii. O forse si, ci pensai un poco. Ebbi la risposta.Quel vecchio signore con la barba bianca e lunga. Che non conoscevo.Quel vecchio signore, che aveva il mio cognome: Forgione.-
Così parlò la signora. Francesco Forgione.:Padre Pio. Anzi, San Pio.
lunedì 5 dicembre 2011
QUELL'ITALIA CHE DIMENTICA I SUOI EMIGRATI...
Un vecchio adagio narra: prima o poi le foglie di un albero tornano alle proprie radici. Usiamo un pò la fantasia e pensiamo a che le foglie di quest'albero chiamato Italia, siano i suoi milioni di emigrati, e che l'albero, sia appunto questa terra, ricca di tante cose, ma corta di memoria. L'ultimo esempio di questa memoria corta, è il drastico taglio ai fondi di Rai Internazionale, che di fatto la oscurano; con il solo unico effetto di chiudere le porte di quella grande finestra, da cui questa nostra Italia, si lasciava ammirare dai suoi emigrati. Dai milioni ,di suoi emigrati. Qualcuno, dirà, ma dai vabbè, chiude la programmazione , ma rimane la rete, che riprodurrà ciò che ci propinano i canali, Uno, Due, Tre e via dicendo. No, cari amici,non è assolutamente la stessa cosa: E vi spiego il perchè! La produzione di Rai Internazionale, ovvero la sua auto produzione, attraverso i programmi Italia chiama Italia, Gran sportello Italia , Regioni d'Italia, lasciava essere protagonisti anche quegli umili emigrati che, lontano da tutto e da tutti, potevano raccontare attraverso le telecamere di questi programmi le loro storie, i loro desideri, il loro pensiero. E , invece, cosa accade? Che si è pensato bene di annullare queste voci, perchè non fanno cassa; in termini terreni, non lasciano guadagnare, quasi che , un servizio pubblico come la Rai, debba avere come priorità assoluta la fonte di guadagno.Servono i soldi, eccome se servono, ma annullare la voce di tante persone che non hanno possibilità di tornare in patria ,e che restavano ad essa legati, attraverso il televisore, sa tanto di memoria corta. Io che questa gente la conosco benissimo, e mi riferisco alla gente emigrata, specialmente nelle Americhe, comprendo tutto il loro dispiacere, le loro recriminazioni, la loro impossibilità di far ascoltare la propria voce. Ma a chi interessa questa voce? Visto come vanno le decisioni adesso, lo ribadisco io: a nessuno! Siamo tutti esuli del nostro passato, diceva Dostoevskij. Che tristezza, che misera desolazione di un Paese glorioso, culla di civiltà e di cultura, culla di letterati, uomini di pensiero, matematici, fisici, artisti, pittori e quant'altro; oggi però non è più culla di emigrati, di quegli emigrati che anelano, restare legati al loro mondo, che non è in molti casi il nuovo, ma il vecchio.Ma tant'è, attendiamo , se possibile, una revisione di questa decisione, che se da un lato ci lascia pensare ai sacrifici che si chiedono agli italiani in patria, che appaiono necessari, condivisibili o non; dall'altro ci fa riflettere sulle tante spese che la Rai affronta, elargendo fondi per star, vip, uomini di successo che già hanno di loro.Io ribadisco il mio pensiero:io sto con gli emigrati di terre lontane. Sto con quelli, la cui voce non arriva, perchè troppo lontani. Esuli e dimenticati. Sentimento o ragione, insomma, questa è la disputa. Ma se provassimo una volta sola ad ascoltare la ragione di un sentimento? Ripensando a tutto ciò, a questi fondi da tagliare e altri da preservare,ed a quei pensieri o meglio decisioni, che annullerebbero la voce di questa gente lontana e come disse un saggio: i pensieri talvolta cadono immaturi dall'albero. Lo scriveva tanto tempo fa, Wittgenstein. Pensieri che, ovviamente, non sono come le foglie di quell'albero...
martedì 29 novembre 2011
NON CHIUDETE QUELLA FINESTRA PER GLI ITALIANI NEL MONDO
E' strano il quotidiano.Quando guardi e commenti, lontano decine di migliaia di chilometri dalla tua terra, ciò che accade proprio su quel suolo natio o di origine, ti arriva la notizia che quella finestra che è la Rai Internazionale, anche con i suoi programmi autoprodotti,debba essere chiusa. In nome di cosa? Mi chiedo e lo domando. In nome di cosa, in nome di un ritorno economico poco appetibile; in nome della crisi che ci avvolge e ci conivolge? In nome di un gioco delle parti? Questo si , questo no! Davvero strano, il quotidiano vivere. Nessuno nasconde la crisi, ci hanno già provato altri con scarsi risultati, nessuno nasconde l'emergenza che non è solo italiana, si badi bene. Nessuno pensa che si debbano dilapidare patrimoni economici, ma possibile, che si debba proprio andare a chiudere, quella grande finestra che ci fa affacciare al mondo e, dalla quale i milioni di italiani e non ,che son sparsi in continenti diversi dall'Europa guardano la propria terra lontana? No, signori, così non va. Io conosco benissimo la realtà degli emigrati italiani in Argentina, Uruguay , Stati Uniti, perchè vivo in mezzo a loro da anni; io so cosa vuol dire trovarsi di fronte ad un emigrato che mai è potuto tornare in Italia per motivi economici, soprattutto chi vive in sudamerica, io so quale grande ferita lacera il loro cuore, senza proferir parola; so che cosa pensano, cosa vorrebbero fare, ma non possono. So che la principale, e spesso unica fonte, alla quale si abbevera la loro profonda nostalgia è quella Rai Internazionale, che ogni santo giorno accende le loro speranze, rinnova allegria nei loro cuori, accende di luce luminosa i propri occhi, per poter dire ai propri figli o nipoti nati in quelle terre lontane: ecco la mia Patria, la mia terra, la mia Italia.
Ed allora, voi che potete signor Presidente della Repubblica ,signor Presidente del Consiglio, annullate questa assurda decisione di tagliare fondi a questa rete, a questo servizio pubblico;il mio è solo uno scrivere dettato dal sentimento, senza calcoli enconomici e quant'altro; pensate almeno un poco a chi da lontano vorrebbe calcare il suolo italiano , che è il proprio, e non può più, e solo guarda all'Italia, alla propria Patria, attraverso quella finestra che si spalanca sulla terra d'origine. Quella finestra che qualcuno vorrebbe chiudere, con il solo unico scopo, di azzerrare la speranza di milioni di italiani nel mondo.Ci si rifletta e bene.
venerdì 21 ottobre 2011
NON TOCCATECI RAI INTERNAZIONALE...
Se fosse vero, quello che vado leggendo in questi giorni, ci sarebbe davvero da pensare in che Paese viviamo. Pare che siano stati tagliati i fondi a Rai Internazionale, ma è davvero così? La domanda sorge spontanea, direbbe qualcuno, ma ci si rende conto di ciò che si vuol fare? Tagliare i fondi a questa rete Rai (che già da tempo avrebbe avuto bisogno di ben altri sostegni economici per offrire un prodotto sempre migliore) significa mortificare la dignità, l'animo, dei milioni di italiani che vivono in altri lontani continenti. Io che vivo spesso e per lunghi periodi a Buenos Aires, una della grandi capitali della nostra sofferta emigrazione, ne so ben donde di tutto ciò. La Rai, anche quella attuale, tiene incollata alla tv questa gente, è un cordone ombelicale che unisce la propria terra lontana al loro cuore, alla loro mente.E ne gode questa gente quando alla sera si stringe attorno al proprio televisore per dare uno sguardo al popolarissimo programma "Italia chiama Italia", che un abile giornalista calabrese, Alfonso Samengo, nel silenzio e con il lavoro e senza la ribalta della scena ( dalla quale sempre rifugge) porta avanti con sacrifici suoi e della sua troupe.Cosa dire a questa gente che alla domenica mattina si sveglia con in testa le partite del "nostro" campionato e le guarda e si appassiona. Cosa dire a questa gente che segue i Tg e commenta i fatti italiani come se fosse in una piazza di paese o in un circolo cittadino. Cosa dire a questa gente che adesso vede quasi svanire un legame ? No, così non va davvero. Non conosco a fondo la nuova manovra economica della Rai, ma perchè non tagliare fondi alle ingenti spese dei varietà, ai cachet dei loro ospiti nazionali ed internazionali, per il relax di un momento serale?Perchè non tagliare le spese inutili che comunque ci sono? Mi viene in mente cosa disse questa estate un signore che vive da 50 anni in Argentina, a proposito del disinteresse a volte palese che si ha per gli italiani che vivono fuori: "Noi sappiamo tutto di voi, di ciò che accade in Italia, del governo, dello sport, della politica in genere, dell'attualità. Ma voi che sapete di noi?". Provi a rispondere qualcuno se si può! Un modo come un altro per dire che questi milioni di italiani sanno tutto perchè esiste la Rai Internazionale. Non vorrei proprio tornare a Buenos Aires e rendermi conto che per sapere cosa accade in Europa e qualche volta in Italia, debba guardare Tv España, Tv5 francese, la Bbc inglese o la Tv tedesca che già hanno a disposizione ben altri budget. sarebbe come ferire ancora di più la dignità di questa gente che attraverso la Rai Internazionale , soprattutto, tiene stretti questi legami, che vuole siano indissolubili con la propria Patria lontana. Speriamo, che qualcuno non riesca nell'intento di recidere questo cordone. Sarebbe un modo come dire, siete lontani cari emigrati, non ci interessate.Speriamo non sia proprio così!
giovedì 22 settembre 2011
IL MIO LIBRO "IL NAUFRAGIO PREVISTO" SU RAI INTERNAZIONALE
Giovedì 13 ottobre sarò a Roma, per prendere parte ad una puntata della nuova stagione del programma "ITALIA CHIAMA ITALIA " su Rai Internazionale. L'appuntamento è alle 20 e parlerò del mio nuovo libro "Il naufragio previsto" l'ultimo viaggio del Principessa Mafalda. Il programma è condotto da Benedetta Rinaldi ed è diretto da Alfonso Samengo.
Il programma sarà visibile all'estero sulla rete RAI INTERNAZIONALE, mentre in Italia sarà disponibile la visione venerdì 14 sul sito della RAI.
lunedì 19 settembre 2011
QUEL VIAGGIO SUL MAFALDA
Quando ho deciso di scrivere questo libro sulla grande tragedia del piroscafo Principessa Mafalda, naufragato al largo del Brasle nel 1927, non pensavo davvero che avesse tanta attenzione riportare alla luce una pagina triste della nostra emigrazione. Fra qualche giorno, presenterò questi libro anche su Rai Inernazionale,nel rinnovato appuntamento "Italia chiama Italia"condotto da Benedetta Rinaldi; ho accettato con grande piacere l'invito del vice direttore della rete,Alfonso Samengo, a Saxa Rubra a Roma , per illustrare le caratteristiche di questo libro che fra un mese presenterò a New York. Far si che si conoscano le storie, di questa grande ondata emigratoria che ha portato gli italiani in ogni continente, è un mio grande obietttivo, che sto da tempo perseguendo
Non nascondo, che i consensi sinora raccolti, mi gratificano per un lavoro che mi sta appassionando , al di là di quelle che erano le mie previsioni quando decisi quasi sette anni fa di fermarmi a Buenos Aires, per stare "più vicino" a queste storie che hanno una grandissima importanxza e soprattutto sono cariche di una emozione spesso indicibile; e lo noto in ogni luogo dove vado per tenere qualche conferenza sul tema o presentare i miei libri, che hanno una radice unica: l'emigrante e la sua storia.Continuo dunque in questo cammino intrapreso, sperando che il buo Dio, sorregga questa mia volontà di raccontare a voi quello che questa gente lontana racconta a me. Un filo che deve tendersi senza spezzarsi, per capire di più questo "nostro" mondo sparso in ogni dove. Il libro IL NAUFRAGIO PREVISTO, è una di queste storie, che forse vale la pena di leggere.
Per maggiori informazioni sul libro e sulla disponiblità scrivere a : info@accademiaterracalabra.it
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